Famiglia Cristiana OnLine Famiglia Cristiana n. 34 del 20-8-2006
 
Attualità.
di Alberto Chiara


PERSONAGGI
DON GIUSEPPE, “GIOSY”, CENTO, PRETE CANTAUTORE


IL MENESTRELLO
DI DIO

Ha cominciato a cantare nel 1971 e nel '76 ha inciso il primo album. Oggi che è famoso non ha perso l’umiltà: «Io ci ho messo il mio niente, il Signore il suo tutto».

Che appartenga alla generazione cresciuta sulle note dei Beatles lo provano i capelli a caschetto, lunghi il giusto sulla fronte. Per il resto, don Giosy Cento è un tipo abituato a dribblare con successo l’età, uso com’è a dettare lui il ritmo al tempo, l’aria perennemente giovanile a furia di stare in mezzo ai teenager, lo sguardo terso aperto sull’anima di chi incontra, ma con pudore e delicatezza, come si conviene a chi ha preso sul serio l’insegnamento di Gesù Cristo.

Ora, in ogni caso, fanno 60, 35 e 30, intesi come anni. Giuseppe Cento, detto Giosy, è nato a Ischia di Castro, nel Viterbese, il 12 agosto 1946; ha cominciato «quella strana avventura con le canzoni» (parole sue) nel 1971; ha pubblicato il suo primo album (Celebriamo la nostra speranza) nel 1976.

Il "menestrello di Dio" intende festeggiare questo straordinario grappolo di ricorrenze facendo quello che fa da una vita: cantando. Il 26 agosto, a Montefiascone (Viterbo), un grande concerto – voluto in realtà anche per celebrare il cardinale Marcantonio Barbarigo, a tre secoli dalla morte – suggella le tre tappe raggiunte. Appuntamento alle ore 21, nello stadio comunale. L’ingresso è gratuito. Una regola da sempre in vigore, quando sul palco sale lui.

«Io ho messo il mio niente, il Signore ha messo il suo tutto». Don Giosy si racconta a Famiglia Cristiana in uno dei rari momenti di calma di quest’estate, tra un bicchiere d’acqua, un caffè e un vasetto di yogurt alla frutta, ospite di una vivace comunità di suore a Maccarese, non lontano da Roma, con gli aerei che riempiono di decibel il cielo, decollando o atterrando all’aeroporto di Fiumicino, che è lì a due passi.

«Credetemi, io non ho scelto nulla di quello che mi è accaduto. Amavo la musica, tanto quella polifonica, canto gregoriano in testa, quanto quella leggera. Ma ho imparato a suonare la chitarra più per sfida con me stesso che per autentica passione, giusto quattro accordi, nulla di più», esordisce. «Ordinato prete il 30 dicembre 1969, non avevo neppure due anni di Messa quando una sera, dovendo finire di recitare il Breviario, decisi che avrei pregato, sì, ma cantando. Dissi a Dio: affinché nessuno di noi due si annoi, ti loderò suonando. Inventai una melodia e quanto alle parole lasciai che mi sgorgassero dal cuore. Era il 1971. Quell’anno Pasqua si celebrò l’11 aprile. Ricordo che eravamo tra la domenica di Risurrezione e la domenica in Albis. Potrebbe dunque essere stato il 12, il 13 o il 14 aprile. Quella sera nacque Emmaus, il mio primo brano».

Il sacerdote-cantautore in un recente concerto col gruppo Parsifal.
Il sacerdote-cantautore in un recente concerto
col gruppo Parsifal (foto Giuliani).

Frammenti divini sparsi ovunque

Da allora, don Giosy ha composto oltre 800 canzoni (tra cui la più celebre, la più tradotta e la più cantata è Prendimi per mano, Dio mio) raccolte in oltre trenta album, quasi tutti editi dalle Paoline; ha tenuto circa 3.000 concerti e ha percorso migliaia di chilometri, finendo un po’ in tutta Europa, nonché negli Usa, in Canada, in Burkina Faso, in Eritrea, ad Hong Kong, a Macao, in Giappone e in Australia.

«Mi guardo indietro», dice, «e sento di dover ringraziare il Signore che mi ha permesso di toccare i frammenti divini sparsi ovunque, di cogliere i tanti modi con cui il buon Dio si rivela, continuando a irrompere nella storia. Oggi come ieri indago – e rappresento in musica – la gioia e il dolore, il peccato e la redenzione, l’amore gratuito e i tanti egoismi che ci assediano».

«Torna a casa, papà», spiega don Giosy, «è il drammatico appello di un figlio adolescente al genitore separato. Fiori di strada affronta la tragedia della prostituzione vista da un villaggio albanese, Blinisht. Zingaro è un brano dal titolo eloquente. Due stampelle è una canzone che ho composto per Silvestro, un ragazzo disabile incontrato anni fa in una chiesetta buia del Piemonte. Era ateo, non accettava la sua situazione, rifiutava qualsiasi aiuto; un giorno ebbe un’intuizione: messe in un determinato modo, una sull’altra, le due stampelle diventano le braccia della croce...».

Qualcuno ha scritto che ai suoi concerti non si va tanto per ascoltare, quanto per essere ascoltati. Una cosa è certa. Nelle sue canzoni fremono i palpiti del mondo. I suoi testi dimostrano che tutte le domande rimandano ai quesiti che contano: che senso ha la vita, posto che ne abbia uno? Siamo un grumo di cellule partorite dal caos e il cui destino è il nulla? O davvero Dio esiste, s’è rivelato nel suo Figlio unigenito Gesù Cristo, ha assunto su di sé il dolore e l’ha redento?

Chiamati a guardare in alto

La fama non lo spaventa. «Non la cerco. Non mi schiaccia. Ho imparato a prendere le contromisure necessarie», spiega. «La preghiera quotidiana è una sicura àncora di salvezza. Appena posso (in aeroporto, in viaggio, nelle molte notti insonni) faccio silenzio dentro di me. Un silenzio abitato dalla presenza del mio Dio, che – lo ribadiamo ogni giorno nel Magnificat – disperde i superbi nei pensieri del loro cuore. Il fatto che molti conoscano il mio nome mi aiuta soltanto a comprendere quanto il Signore, la sua chiamata e il canto allarghino il cuore dell’uomo, davvero chiamato a guardare in alto, come ci rammenta il profeta Osea».

Don Giosy non si sente un prete a metà. O un prete strano. «Tra il 1974 e il 2000, a Grotte di Castro (Viterbo), sono stato prima viceparroco e poi parroco. Conosco le fatiche e le soddisfazioni di chi ha il compito di animare una comunità di credenti. Nel ministero parrocchiale ho gustato il fascino della Salvezza che si attua nelle coscienze, rigenerando le anime. Nel ministero, inaspettato e sorprendente, della canzone ho sentito tuttavia che si giocava e si gioca il completamento definitivo del mio sacerdozio, che si realizza pienamente non nonostante quello che faccio da decenni, ma proprio attraverso la mia attività di cantautore, aiutato in ciò da persone squisite, come il coautore e arrangiatore Gregorio Puccio, la cantante Raffaella D’Ubaldi e il gruppo dei Parsifal che si esibisce con me».

«Sia chiaro che ci limitiamo a cantare testi e a suonare musiche: il resto lo fa Dio», si schermisce don Giosy. La storia di questi anni vissuti sulla frontiera del pentagramma registra infiniti episodi degni di nota. Una notte, in Toscana, un pezzo grosso della criminalità mafiosa gli chiese di confessarlo dopo un suo concerto: iniziò in quel momento un autentico cammino di conversione.

Un’altra volta, un giovane gli disse: «Sono venuto a sentirti, Giosy, perché sono diventato prete anche per "colpa" tua». Al termine di un altro spettacolo, una ragazza gli confidò: «Non torno a casa, entro in convento».

L’hanno definito in tanti modi. «Sei un tam-tam di Dio in mezzo all’umanità», gli hanno detto in Africa. «Sai cantare il nostro soffrire e il nostro sorridere», ha affermato la mamma di una giovane disabile. Di sé, Giuseppe Cento detto Giosy ama ripetere: «Sono un prete e canto Dio». Le prossime mosse? Il nuovo album dovrebbe uscire per la Pasqua del 2007. Risulta che in cantiere ci sia anche un lavoro sul compianto vescovo di Molfetta: don Tonino Bello.

Alberto Chiara