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Che appartenga alla generazione cresciuta sulle note dei Beatles
lo provano i capelli a caschetto, lunghi il giusto sulla fronte. Per il
resto, don Giosy Cento è un tipo abituato a dribblare con successo l’età,
uso com’è a dettare lui il ritmo al tempo, l’aria perennemente
giovanile a furia di stare in mezzo ai teenager, lo sguardo terso aperto
sull’anima di chi incontra, ma con pudore e delicatezza, come si conviene
a chi ha preso sul serio l’insegnamento di Gesù Cristo.
Ora, in ogni caso, fanno 60, 35 e 30, intesi come anni. Giuseppe Cento,
detto Giosy, è nato a Ischia di Castro, nel Viterbese, il 12 agosto 1946;
ha cominciato «quella strana avventura con le canzoni» (parole sue) nel
1971; ha pubblicato il suo primo album (Celebriamo la nostra speranza)
nel 1976. Il "menestrello di Dio" intende festeggiare questo
straordinario grappolo di ricorrenze facendo quello che fa da una vita:
cantando. Il 26 agosto, a Montefiascone (Viterbo), un grande concerto –
voluto in realtà anche per celebrare il cardinale Marcantonio Barbarigo, a
tre secoli dalla morte – suggella le tre tappe raggiunte. Appuntamento
alle ore 21, nello stadio comunale. L’ingresso è gratuito. Una regola da
sempre in vigore, quando sul palco sale lui. «Io ho messo il mio niente, il Signore ha messo il suo tutto». Don
Giosy si racconta a Famiglia Cristiana in uno dei rari momenti di
calma di quest’estate, tra un bicchiere d’acqua, un caffè e un vasetto
di yogurt alla frutta, ospite di una vivace comunità di suore a Maccarese,
non lontano da Roma, con gli aerei che riempiono di decibel il cielo,
decollando o atterrando all’aeroporto di Fiumicino, che è lì a due
passi. «Credetemi, io non ho scelto nulla di quello che mi è accaduto. Amavo
la musica, tanto quella polifonica, canto gregoriano in testa, quanto quella
leggera. Ma ho imparato a suonare la chitarra più per sfida con me stesso
che per autentica passione, giusto quattro accordi, nulla di più»,
esordisce. «Ordinato prete il 30 dicembre 1969, non avevo neppure due anni
di Messa quando una sera, dovendo finire di recitare il Breviario, decisi
che avrei pregato, sì, ma cantando. Dissi a Dio: affinché nessuno di noi
due si annoi, ti loderò suonando. Inventai una melodia e quanto alle parole
lasciai che mi sgorgassero dal cuore. Era il 1971. Quell’anno Pasqua si
celebrò l’11 aprile. Ricordo che eravamo tra la domenica di Risurrezione
e la domenica in Albis. Potrebbe dunque essere stato il 12, il 13 o il 14
aprile. Quella sera nacque Emmaus, il mio primo brano». Frammenti divini sparsi ovunque Da allora, don Giosy ha composto oltre 800 canzoni (tra cui la più
celebre, la più tradotta e la più cantata è Prendimi per mano, Dio mio)
raccolte in oltre trenta album, quasi tutti editi dalle Paoline; ha tenuto
circa 3.000 concerti e ha percorso migliaia di chilometri, finendo un po’
in tutta Europa, nonché negli Usa, in Canada, in Burkina Faso, in Eritrea,
ad Hong Kong, a Macao, in Giappone e in Australia. «Mi guardo indietro», dice, «e sento di dover ringraziare il Signore
che mi ha permesso di toccare i frammenti divini sparsi ovunque, di cogliere
i tanti modi con cui il buon Dio si rivela, continuando a irrompere nella
storia. Oggi come ieri indago – e rappresento in musica – la gioia e il
dolore, il peccato e la redenzione, l’amore gratuito e i tanti egoismi che
ci assediano». «Torna a casa, papà», spiega don Giosy, «è il drammatico appello
di un figlio adolescente al genitore separato. Fiori di strada affronta
la tragedia della prostituzione vista da un villaggio albanese, Blinisht. Zingaro
è un brano dal titolo eloquente. Due stampelle è una canzone
che ho composto per Silvestro, un ragazzo disabile incontrato anni fa in una
chiesetta buia del Piemonte. Era ateo, non accettava la sua situazione,
rifiutava qualsiasi aiuto; un giorno ebbe un’intuizione: messe in un
determinato modo, una sull’altra, le due stampelle diventano le braccia
della croce...». Qualcuno ha scritto che ai suoi concerti non si va tanto per ascoltare,
quanto per essere ascoltati. Una cosa è certa. Nelle sue canzoni fremono i
palpiti del mondo. I suoi testi dimostrano che tutte le domande rimandano ai
quesiti che contano: che senso ha la vita, posto che ne abbia uno? Siamo un
grumo di cellule partorite dal caos e il cui destino è il nulla? O davvero
Dio esiste, s’è rivelato nel suo Figlio unigenito Gesù Cristo, ha
assunto su di sé il dolore e l’ha redento? Chiamati a guardare in alto La fama non lo spaventa. «Non la cerco. Non mi schiaccia. Ho imparato a
prendere le contromisure necessarie», spiega. «La preghiera quotidiana è
una sicura àncora di salvezza. Appena posso (in aeroporto, in viaggio,
nelle molte notti insonni) faccio silenzio dentro di me. Un silenzio abitato
dalla presenza del mio Dio, che – lo ribadiamo ogni giorno nel Magnificat
– disperde i superbi nei pensieri del loro cuore. Il fatto che molti
conoscano il mio nome mi aiuta soltanto a comprendere quanto il Signore, la
sua chiamata e il canto allarghino il cuore dell’uomo, davvero chiamato a
guardare in alto, come ci rammenta il profeta Osea». Don Giosy non si sente un prete a metà. O un prete strano. «Tra il 1974
e il 2000, a Grotte di Castro (Viterbo), sono stato prima viceparroco e poi
parroco. Conosco le fatiche e le soddisfazioni di chi ha il compito di
animare una comunità di credenti. Nel ministero parrocchiale ho gustato il
fascino della Salvezza che si attua nelle coscienze, rigenerando le anime.
Nel ministero, inaspettato e sorprendente, della canzone ho sentito tuttavia
che si giocava e si gioca il completamento definitivo del mio sacerdozio,
che si realizza pienamente non nonostante quello che faccio da decenni, ma
proprio attraverso la mia attività di cantautore, aiutato in ciò da
persone squisite, come il coautore e arrangiatore Gregorio Puccio, la
cantante Raffaella D’Ubaldi e il gruppo dei Parsifal che si esibisce con
me». «Sia chiaro che ci limitiamo a cantare testi e a suonare musiche: il
resto lo fa Dio», si schermisce don Giosy. La storia di questi anni vissuti
sulla frontiera del pentagramma registra infiniti episodi degni di nota. Una
notte, in Toscana, un pezzo grosso della criminalità mafiosa gli chiese di
confessarlo dopo un suo concerto: iniziò in quel momento un autentico
cammino di conversione. Un’altra volta, un giovane gli disse: «Sono venuto a sentirti, Giosy,
perché sono diventato prete anche per "colpa" tua». Al termine
di un altro spettacolo, una ragazza gli confidò: «Non torno a casa, entro
in convento». L’hanno definito in tanti modi. «Sei un tam-tam di Dio in mezzo all’umanità»,
gli hanno detto in Africa. «Sai cantare il nostro soffrire e il nostro
sorridere», ha affermato la mamma di una giovane disabile. Di sé, Giuseppe
Cento detto Giosy ama ripetere: «Sono un prete e canto Dio». Le prossime
mosse? Il nuovo album dovrebbe uscire per la Pasqua del 2007. Risulta che in
cantiere ci sia anche un lavoro sul compianto vescovo di Molfetta: don
Tonino Bello. Alberto
Chiara
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