Intervista a don Giosy Cento / Prete cantautore

Cantare con un partner come Dio

Dopo piú di 3.000 concerti tenuti in giro per il mondo e dopo quasi 40 anni di prete cantautore, don Giosy ripete: «c’è bisogno di persone vere, capaci di incontrare, di ascoltare, di condividere, di farsi vicino, di cantare all’uomo una speranza che viene dall’Alto».

Don Giosy Cento, prete dal 1969, cominciò a cantare e a comporre canzoni dal 1971 quasi per caso o forse, meglio, nel tentativo di incontrare piú facilmente quel Dio che cercava nella preghiera e nella verità della vita. Oggi continua a cantare - in Chiesa e sulle piazze - un Dio che si fa partner di ogni uomo. Egli è convinto che fede e vita si possono coniugare insieme. Per lui, la musica è una missione, il canto il mezzo giusto per portare speranza nuova, luce, senso, festa al cuore dell’uomo, anche in questo nostro tempo.


Don Giosy, la musica è stato il filo rosso della sua vita di prete. Perché ha scelto di fare il prete in questo modo?


Io sento la musica come la missione che mi è stata affidata. Tutto è cominciato in una notte in cui non avevo tanta voglia di pregare: mi sono messo a cantare. Avevo 26 anni. Poi, non ho piú smesso. Ne è nato un fiume di 800 canzoni, piú di tremilacinquecento concerti in tutti i continenti. Certo, oggi, tutto questo mi sembra ancora una pazzia. Ma Dio fa sempre di queste pazzie.

Per me la musica è ascolto. Non posso “fare musica” se non so ascoltare la musica della vita, dagli occhi del bambino alle stelle del cielo, dal mistero del concepimento a quello dell’Eucaristia. La musica sa far emergere il divino che è sparso nella creazione. Per questo ci vuole un cuore aperto, semplice, umile. Nella musica tu ci metti molto poco: è la musica che ci mette tutto. C’è la Parola che mette le parole. Questo è il “di piú” della musica.

Umano e divino, fede e vita, religione e vita, debbono essere coniugati insieme, anche se spesso la fede è una cosa e la vita è tutt’altro. Oggi posso dire che il filo rosso che ha accompagnato la mia produzione musicale è stato il tentativo di coniugare insieme religione e vita.


Che cos’è per lei la musica?


Per me la musica è uno strumento speciale che parla alla vita delle persone: essa fa emergere la verità universale che tutti ci portiamo dentro.

È uno strumento “invisibile”, perché trasmette il vero, il bello, l’esistente, il problema, il dolore, l’amore, Dio. La parte piú grande, piú vera, di ogni uomo è invisibile. Per essere raggiunta ci vuole un mezzo invisibile: e la musica è invisibile, può penetrare ovunque, nelle orecchie, nel cuore, nell’anima.

La musica muove, commuove, fa decidere, converte, emoziona, trasmette Dio. L’amore, il rumore di un torrente, il cinguettio degli uccelli, i silenzi eucaristici, gli abbracci, i baci: tutto questo è musica. È quel “di piú” che ti permette di sentire la vita, di trasmetterla, perfino di toccare Dio.

La musica è un grande miracolo, una grande terapia. Arriva dove tu non pensi sia possibile e provoca ritorni e reazioni incredibili. Se io oggi continuo in questa missione di cui parlavo all’inizio è perché ho dei grandi ritorni spirituali, mi aiuta a essere e a fare il prete.


Cosa le chiedono i giovani che la avvicinano e che ascoltano la sua musica?


Al contrario di chi dice che i giovani hanno bisogno di “punti di riferimento”, io credo che oggi i giovani abbiano bisogno di “persone di riferimento”. Hanno bisogno di mamme e papà di riferimento, non di una casa di riferimento. Hanno bisogno di professori di riferimento, non di banchi di scuola. Hanno bisogno di preti di riferimento, non solo di locali parrocchiali o di chiese. Hanno bisogno di un Dio di riferimento, un Dio che sia relazione, che entri in relazione. È arrivato il momento delle persone, di persone che valgono.

La musica, per me, è l’espressione stessa della mia vita sacerdotale, è uno strumento per entrare in relazione, soprattutto con i giovani. Io mi sento prete, al di sopra di tutto: un prete che canta. Non sono un cantante che fa il prete. Per me la musica è un prolungamento dell’eucaristia, dell’annuncio di vita, di luce, di amore che sono chiamato a portare come prete.

I giovani cercano persone credibili con cui poter tessere relazioni personali. Si può cantare anche per grandi folle di persone, ma se non arriva il “tu per tu”, è difficile costruire qualcosa di vero. Quando un giovane ti chiama, ti chiede un incontro, ti chiede di parlare, ti chiede di confessarsi, lí la mia missione di annuncio diventa costruttiva. Se il giovane ti prende come persona di riferimento, tu diventi il suo compagno di viaggio e sei chiamato a restare sulla soglia dell’anima, della sua anima, per guardarla, per condividerla, quando lui ha voglia di stenderla al Sole.

In questi anni i giovani sono molto cambiati: sono passati dalla chiesa ai gradini della chiesa, dai gradini al muretto, dal muretto agli spinelli, dagli spinelli allo spritz. I giovani chiedono di essere cercati, accolti, amati. E anch’io ho capito che dovevo andare verso di loro, che dovevo cercare dentro di me un cammino che potesse coniugare i giovani e le loro attese. Bisogna amare - come diceva don Bosco - quello che i giovani amano, la loro musica, le loro attese, i loro comportamenti, le loro scoperte, le loro avventure, i loro errori, i loro modelli, i loro ritmi.


Ma come nascono le sue canzoni?


Per fare un disco ci vogliono mesi: prima parlo, a lungo, anche per mesi, con i miei collaboratori. Ascolto le persone, soprattutto i giovani. Solo dopo scrivo i testi. Io non voglio che la canzone divenga solo un “motivetto” da cantare e basta. Voglio che diventi una canzone spirituale, una canzone che parla al cuore, a tutti i cuori.

Io credo che la canzone cammina da sé. Se parla al cuore cammina. Si pensi che dopo 35 anni la mia canzone “Prendimi per mano Dio mio” è stata tradotta recentemente anche in cinese.

E i giovani, soprattutto, si accorgono quando dietro a certe parole c’è ricerca, vita vera, poesia, cuore. Sono convinto che le canzoni devono essere impastate di parole, musica, poesia, vita.

Il mio lavoro piú grande è scrivere i testi. Certo mi avvalgo di collaboratori di altissimo valore (Greg Puccio, Mauro Lusini, Francesco Strillitano), ma sono convinto che il compito che è chiesto proprio a me come sacerdote è quello di annunciare la Parola, la Parola che porta vita, voglia di vivere. Oggi non è facile far diventare canzone il pensiero debole che è alla ricerca di un pensiero forte, le fragilità che cercano sostegno, la disperazione che ha bisogno di consolazione, la religiosità che è richiesta di religione autentica e, ancora, l’indifferenza o lo strano modo d’intendere e di vivere la corporeità o la mancanza di etica o la grande sete di verità.


Si può dire che la canzone è vera solo se è poesia, se sa parlare al cuore, alla vita?


Sí, è importante l’alta poesia, perché quello di oggi non è un mondo di uomini felici. Gli uomini vanno veloci e cercano il brivido: ma è solo la poesia che dà il brivido vero, perché permette il contatto corpo-anima, fede-vita.

Di fronte a questa umanità diventano sempre piú necessarie parole giuste, capaci di fare sintesi, di dire ciò che non è stato mai espresso e che solo lo Spirito può suggerire. Qui dentro è il momento dell’alta poesia.

In questo momento penso alla mia associazione “Ragazzi del cielo ragazzi della terra” che, da una parte, fa memoria dei ragazzi che muoiono per incidenti, per suicidio,per alcool, per droga, per aids, e, dall’altra, si fa vicina ai genitori e agli amici di questi ragazzi. Quando leggo i loro scritti, le loro parole, le loro musiche, mi sembra di capire meglio che oggi sono proprio loro che ci insegnano la poesia della vita. Dentro le pagine dei loro diari si trova scritto tutto il bene e tutto il male della vita, si legge, soprattutto, un immenso bisogno di parole vere, di presenza.

E io vorrei, con le mie parole, con le mie canzoni, poter essere, saper essere, un buon spacciatore della Parola di Dio per rispondere sempre meglio a questo grido di aiuto.


Quale, secondo lei, la parola di profezia che la Chiesa oggi dovrebbe saper dire e cantare?


La speranza. La Chiesa dovrebbe ripetere a tutti: guarda al futuro! Sono i giovani soprattutto che si domandano se valga la pena di vivere in questo mondo, senza piú definirlo solo uno schifo. Essi portano dentro tante domande importanti, ma soprattutto si chiedono se la Chiesa che trovano oggi in noi sacerdoti, nelle nostre comunità parrocchiali, sia quella “profezia di carità” che loro tanto cercano.

A ben guardare, la storia della Chiesa è piena di parole di speranza e di scelte di servizio all’umanità. La Chiesa è una comunità di santi che sono andati su tutte le frontiere, andati a morire, a spezzare il pane della vita con i piú lontani, soli, disperati, feriti.

Ecco la speranza: chinarsi, prendersi cura dell’umanità ferita. La Chiesa si è sempre domandata – perché è madre - come amare l’uomo, soprattutto l’uomo sofferente. E lí ha cercato di portare delle risposte. Lí può far nascere la speranza.


Intervista a Giosy Cento

a cura di Germano Bertin