Antonella Cesàri

Don Giosy Cento:

la  forza  di  "un  prete  che  canta"

Don Giosy in concerto (Ventimiglia, luglio 2004). Alle 10,30 di sabato 22 gennaio 2005, nel programma televisivo "Sulle Vie di Damasco" in onda su RAI2 è stata trasmessa un'intervista a don Giosy intramezzata a brani di suoi concerti.

" ...Il nuovo Millennio, che porta con sé attese di pace davanti a nuovi scenari quasi apocalittici, mi ha provocato a una riflessione a tutto campo, costringendomi a cantare il presente leggendolo con la fede, con la preghiera, con il dolore e, qualche volta con la rabbia, la delusione o la nostalgia di un mondo che forse non c'è più...".
Don Giosy Cento, attraverso il sito internet www.giosycento.it, anticipa così il senso e il messaggìo del suo nuovo album 'la vela e il vento", che verrà presentato domenica 6 febbraio 2005 alle ore 17,30 al teatro comunale di Tuscania.
Don Giosy Cento, classe 1946, superati i 34 anni dì sacerdozio, si definisce "un prete che canta". In 32 anni ha scritto cento canzoni, ha fatto duemila concerti, ha percorso centinaia di migliaia di chilometri in tutta Italia e all'estero. Impossibile calcolare quante persone abbìa incontrato, Dal 1998 lo accompagna nei concerti il gruppo dei Parsifal, composto da cinque musicisti, cinque coriste e dai tecnici, tutti volontari.
E' considerato uno dei maggiori autori di musica contemporanea religiosa in Italia. Le sue canzoni provocano e spingono a pensare, in esse c'è l'incalzare delle domande dell'uomo. Gli spuntí delle canzoni derivano dalle esperienze della vita, da quelle più semplici e quotidiane a quelle più profonde ed interiori. La sua formazione umana e artistica è stata influenzata molto dalla famiglia, dove il nonno, lo zio e il padre erano dei poeti e dove un contesto di calore umano autentico gli ha trasmesso il senso più umile della vita.
Nativo di Ischia di Castro, ricorda le sue esperienze in parrocchia dove c'era una vita viva e dove c'era un grande musicista creativo, non solo esecutivo, che inventava canzoni per tutti i ragazzi. Racconta don Giosy: "Quando avevo dieci anni egli scrisse un recital intitolato i mestieri", venne in classe, ci guardò e disse: "Adesso, guardandovi

dirò a ciascuno che mestiere farà nella vita". Ci guardò e cominciò a dire a uno: "Tu farai lo sfaccendato perché non hai voglia di fare niente"; a un altro: "Tu farai l'oratore perché sei un chiacchìerone"; a un altro: "Tu farai il commerciante. Quando arrivò a me mi guardò a lungo e non mi disse: "Tu farai il prete"; mi disse invece: "Tu farai il cantastorie" e inventò una canzone che io interpretai poi in questa recita cantando: "Vado per le vie della città cantando le vite della gente". Nelle canzoni di don Giosy si ritrovano spesso suggestioni offerti dal paese nativo e l'ultimo album non fa eccezione. Una delle canzoni sì intitola "Il mondo è un' osteria», un testo autobìografico dove i ricordi del passato si mescolano ai problemi e alle angosce del presente. E' terminata da poco la guerra e l'osteria è fi luogo dell'incontro, dell'amicizia, dove si litiga e si fa pace, il luogo dove si beve e si gioca una partita. Scrive l'autore: "Seduto lì per terra, nascosto

dov'è buio / ascolto da bambino racconti di paura / quale sarà il futuro del mondo e dei miei figli / mi sembrano poeti già stanchi della vita". Ma passano gli anni e oggi "incerti come allora in guerra quasi sempre / insieme all'egoismo c'è tanto terrorismo...". E ancora un richiamo al senso della nostra società: I bimbi e i ragazzi ci chiedono valori / anch'essi sono stanchi di grandi delusioni / nascosti in un cassetto i sogni e la bellezza, la vita quella vera deve essere una festa". Il mondo diventa così un'osteria dove si gioca la partita e in ballo c'è la vita, tra conquiste ed illusioni e la nostalgia di un mondo che forse non c'è più". Un testo che richiama l'impegno religioso ma anche sociale di don Gíosy, chiamato in quanto prete a dare risposte alle domande che sono espressione della "sete di verìtà" di ogni uomo, ma anche attento osservatore delle dinamiche sociali e culturali in atto.
Quanto la "terra natia" ha influenzato la tua

formazione umana? Quali sono, secondo te, le radici più profonde della gente della nostra terra?
Ritengo meraviglioso l'ambiente nel quale ho vissuto l'infanzia, l'adolescenza e il periodo del seminario. Ischia di Castro, Grotte di Castro e Farnese sono i tre poli fondamentali della mia vita. Su questa terra si respira una cultura che ci portiamo dentro, le nostre radici sono antichissime. Ho la sensazione che le radici etrusco-romane facciano parte del nostro DNA. E' come se fossimo gli eredi diretti di quella storia di persone che hanno camminato per costruire una civiltà e non solo case e strade. Esse hanno creato cultura, modi di pensare positivi, come la lotta per la vita, la semplicità, la voglia di realizzarsi e di andare avanti, mentre oggi si sta manifestando il mettersi seduti, anche tra la gente della nostra terra. lo sono nato nel dopoguerra ed ho nel cuore questa voglia di superare le difficoltà e di non avere paura degli ostacoli.