GIOSY CENTO, IL “MENESTRELLO DI DIO” INCANTA I ROTONDESI

Non poteva essere migliore l’appendice alla festa della Sacra Famiglia organizzata dalle suore della comunità omonima operanti a Rotonda, visto che a concludere in bellezza l’iniziativa, sabato 17 febbraio scorso, è stato un concerto di don Giosy Cento, il prete cantautore viterbese che ha scelto di diffondere il verbo di Dio attraverso la musica.
Quando nasce don Giosy Cento artista e cantautore?
“Nel dopoguerra, da una mamma che aveva fatto appena la prima elementare e da un papà che tornava dalla guerra smanioso di avere un figlio maschio. Ho cominciato a cantare subito, col mio primo pianto, perché la prima canzone di ogni creatura è proprio il pianto che emette alla nascita. A diciotto anni, poi, in un momento di difficoltà, di crisi giovanile, crisi di fede, crisi affettiva, quando pensavo di non valere niente, ho deciso di mettermi a suonare la chitarra per provare a me stesso di essere capace di fare qualcosa. Diventato prete a 23 anni, una sera, non avendo voglia di pregare, ho cominciato a cantare lasciando che le parole mi sgorgassero dal cuore. Inventai una melodia e lodai Dio suonando. Accadde la stessa cosa per una settimana di seguito. Poi, un giorno ho deciso di far sentire queste mie canzoni ai ragazzi della parrocchia. Piacquero anche a loro. Da lì è nato questo fiume di canzoni che dura da trenta anni”.
Da allora, sono oltre 800 le canzoni composte (tra cui la più celebre e la più cantata è “Prendimi per mano, Dio mio”), raccolte in trenta album; circa 3000 i concerti tenuti in tutto il mondo fino ad ora. Con tanta voglia ed energia di continuare ancora per tanto tempo, tanto che hai già programmato per il prossimo 27 aprile l’uscita del tuo ultimo album dal titolo “La piccola traccia”. Oggi hai 60 anni e “la strana avventura con le canzoni”, come l’hai definita tu, continua.
“La svolta di questa avventura è stata quando ho scelto di intraprendere la strada dell’evangelizzazione di piazza, quando, cioè, mi sono accorto che cantare anche fuori dalle chiese significava avere a che fare con una umanità più variegata, che non partiva né da Cristo, né da Dio. Una umanità che partiva dalle proprie emozioni, dai fatti di vita, pronta ad ascoltarti e a venirti dietro se fossi stato furbo come Gesù Cristo che andava ad incontrare i fatti di vita e a seminarci il frammento divino. Guardandomi indietro mi sembra di aver usato lo stesso sistema di Gesù nell’incontrare la gente rivelando all’uomo la grandezza del suo essere, del suo esistere, la bellezza della vita anche nella difficoltà e nella complessità della sua storia”.
Quindi il tuo è stato un modo particolare di diffondere il Vangelo attraverso la musica e le canzoni.
“Da circa 6 anni, da quando, cioè, ho iniziato questa evangelizzazione di piazza con la mia band, i Parsifal, scrivendo non più testi per le celebrazioni, ma canzoni per riflettere, per scoprire se stessi, per scoprire Dio, credo di aver contribuito a portare in giro un po’ di Vangelo”.
Hai scelto di girare il mondo con la tua musica perché ritieni di diffondere messaggi universali?
“Ho toccato i cinque continenti e gli effetti sono stati sempre gli stessi. Anche quando ho cantato in nazioni culturalmente molto distanti da noi, come in Giappone, per esempio. Mi sono accorto di avere sempre la stessa risonanza proprio perché il fatto di toccare la vita è universale. Se parlo del dolore, della vecchiaia, di un bambino che nasce, credo di parlare sempre lo stesso linguaggio, ovunque”.
Il tuo pubblico è fondamentalmente composto da giovani. Tu dovresti conoscerli bene. Che cosa, secondo te, porta, a volte, un giovane ad essere violento.
“I giovani violenti sono coloro che non si aspettano molto dalla vita. Sono quelli ai quali abbiamo fatto credere che la vita era facile riempiendoli di peluches, quando invece è fatta anche di spine. Sono coloro per i quali il domani non esiste, esiste solo l’oggi in cui devi dimostrare quello che sei e che a volte non puoi essere. E quando non ci riescono da soli trovano forza nel gruppo, nella banda. Sono giovani ribelli che hanno una idea sbagliata della normalità perché oggi, sono bombardati da messaggi mediatici che fanno apparire come ordinari aspetti che invece non lo sono. Ma una grande responsabilità sui ragazzi, l’abbiamo anche noi adulti, perché abbiamo creato un progresso senza tener conto dei valori. Per questo io credo tanto nella funzione della Chiesa per lenire l’inquietudine dei giovani. Perché credo che questa Chiesa possa portare veramente una ventata di spiritualità, di normalità della vita trovando il coraggio di dire no in un periodo in cui si dice sì a tutto, indiscriminatamente. Ed io sto con la mia vecchia Chiesa perché sono convinto che chi crede nel Vangelo è sempre dalla parte dell’uomo, non può tradire l’uomo. Il messaggio di Cristo, il Vangelo non può tradire, perché Cristo non ha mai tradito l’uomo. Chi è stato con Cristo ha sempre fatto crescere l’uomo”.
Tu hai viaggiato tanto. Raccontaci un episodio importante di questo tuo tanto peregrinare.
“Prima di Natale sono stato in una nazione dei Carabi. Dovevo prendere un aereo per spostarmi all’interno. All’aeroporto ho incontrato un diacono, sposato con due figli. Abbiamo parlato un po’ e poi, mentre aspettavamo l’aereo l’ho invitato a mangiare qualcosa con me al bar. Un panino al prosciutto e formaggio che costava 3 dollari. Lui ha rifiutato. Io l’ho preso lo stesso anche per lui ed ho insistito perché lo mangiasse. Lui si è convinto. Poi, al termine del viaggio mi offre un caffè pagandolo con la moneta della sua nazione e mi chiede di confessarlo dicendomi che sarebbe stata una confessione semplice perché avrebbe dovuto confidarmi un solo peccato, ma molto grave, quello di aver mangiato il panino che io gli avevo insistentemente offerto. Perché? Dico io. Te l’ho offerto volentieri. Sono io ad aver peccato e non tu. E lui mi risponde: mentre mangiavo il panino pensavo ai miei due figli. Il mio stipendio mensile è di 12 dollari, ho visto che tu, tra acqua e panino ne hai spesi cinque. Davanti a Dio so che non potevo mangiare quel panino. Questo episodio mi ha fatto riflettere sul fatto che nel mondo c’è tanto bisogno di Cristo ed in certi posti della Terra, Cristo è necessario che si dia ancora tanto da fare”.

Silvestro Maradei
(da L’Eco di Basilicata del 1 marzo 2007)