In un libro di Giampalo Mattei la testimonianza di Don Giosy Cento, che ha scelto la musica come strumento di evangelizzazione

Le note come semi di speranza gettati tra i solchi della vita

FRANCESCO M. VALIANTE


  La definizione più originale gliel'hanno coniata in Africa: "sei un tam-tam di Dio in mezzo all'umanità". Quella più toccante gliel'ha regalata la mamma di una ragazza disabile: "sai cantare il nostro soffrire e il nostro gioire". La più semplice, ma anche la più vera ed eloquente, è sicuramente quella con cui lui stesso ama presentarsi: "sono un prete e canto Dio".
  Don Giosy Cento, classe 1946, sacerdote da 34 anni, da 32 "menestrello" del Vangelo in mezzo alla gente. Più che cantautore, "cantastorie". Più che musicista, "musicante". Perché a Don Giosy calzano meglio i panni di uno di quei poeti-musici itineranti del medioevo anziché quelli di un moderno divo della ribalta canora. Non cerca le luci dei riflettori. Preferisce gli angoli un po' più discreti delle chiese, delle strade, delle piazze. Al suo repertorio non appartengono virtuosismi o leziosaggini. Trasforma il palco in "pulpito", la musica in preghiera, le parole in storie. "Le mie canzoni -- spiega -- sono "Parola dentro il fatto". Don Giosy le usa come un contadino adopera l'aratro. Ogni nota è un "seme" di speranza che egli getta tra i solchi della vita della gente.
  Chi ha partecipato anche ad uno solo dei suoi concerti sa che questa immagine gli è congeniale. Dietro il microfono non c'è un personaggio in cerca di applausi e di consensi. C'è un sacerdote in cerca di cuori. C'è un amico, un fratello, un padre. Uno che parla, interpella, dialoga, scherza. E ascolta. Paradossalmente ai concerti di Don Giosy non si va tanto per ascoltare ma per essere ascoltati. Perché nelle sue canzoni c'è l'incalzare delle domande dell'uomo, ci sono i palpiti del mondo. C'è una scintilla della storia di ciascuno di noi. Ed è difficile non ritrovarsi in esse. Soprattutto perché lasciano dentro quel "seme". Provocano, spingono a pensare. Le senti e ti chiedi: cosa vuol dirmiquesto prete schietto e sorridente, che canta la bellezza della vita con la voce limpida della fede? E capisci che in fondo quella è solo l'eco di una domanda più alta e decisiva: cosa vuole da me Cristo?
  E' un'esperienza da vivere in prima persona. Non è semplice raccontarla a parole. Ci ha provato Giampaolo Mattei nel libro "Giosy Cento in concerto" (Milano, Paoline Editoriale Libri, 2003, con allegato cd rom). Lo ha fatto con un linguaggio familiare e al tempo stesso profondo, colloquiale ed evocativo, essenziale ma aperto a sollecitudini e a sfide coinvolgenti. Mattei non ha scritto un libro su Don Giosy ma ha tradotto in libro un concerto di Don Giosy. Ha sostituito alle righe musicali le righe tipografiche, allo spartito le pagine di stampa. Ha usato la penna come lui usa il microfono.

Ne è venuto fuori un suggestivo "concerto scritto", che se non ha l'immediatezza e l'impatto emotivo dell'esibizione "dal vivo", acquista indubbiamente in spessore, in ricchezza di significati e di spunti meditativi. In effetti la pubblicazione è strutturata come un vero e proprio concerto. Si apre con una presentazione: "Signore e signori, ecco a voi Don Giosy Cento ... ". E' Mattei che sale sul "palco" prende la parola, presenta il sacerdote al pubblico che gremisce questa sorta di "piazza" virtuale. Ed ecco il ritratto del "parroco della canzone", del "curato dì questo sconfinato "1uogo" della fantasia e della creatività". Ecco il volta del prete che "con il suo stupore e la sua gìoia di vivere, sta lì a testimoniare la freschezza de1 Vangelo, i coraggio della radicalità della scelta cristiana". Ecco la missione di un uomo che "ha posto la sua vita al servizio della genie offrendo speranza, gioia, provocazioni per pensare, offrendo Cristo".
  A parlare è ora lo stesso Don Giosy. Manca poco all'inizio del concerto ed il sacerdote, sollecitato dalle domande della gente, ne approfitta per raccontarsi a cuore aperto. Per ripercorre la sua vita, partendo da quel 12 agosto 1946, giorno della nascita a Ischia di Castro, un paesino del Viterbese. Nelle sue parole prendono corpo le figure centrali dell'infanzia e della giovinezza: il padre, la madre, il parroco... Racconta del sacerdozio e, soprattutto, di come ha iniziato "quella strana avventura con le canzoní". Un'avventura, precisa subito, che non, ha scelto lui. "Bisognerebbe chiederlo al Signore -spiega - perché l'ha pensata e sostenuta Lui. lo ho messo il mio niente e Lui ha messo il suo tutto". Il "niente" è stata una semplice chitarra, una voce calda e gioiosa, una grande voglia di "gridare" la fede. Era una sera dopo Pasqua del 1971. E allora che è nata la sua prima canzone. E' da lì che è cominciata "quella strana avventura" divenuta una vera e propria missione: "la missione di evangelizzare con la musica".
   Le cifre di questo cammino scuotono, fanno fflettere: in 32 anni Don Giosy ha scritto 1000 canzoni, ha fatto 2000 concerti, ha percorso centinaia di migliaia di chilometri in tutta Italia, e non solo. Impossibile calcolare quante persone abbia incontrato. A quanti cuori abbia parlato. Soprattutto, quanti frutti siano germogliati dai "semi" evangelici che le sue canzoni hanno sparso. Ci sono giovani che dopo anni ritornano ai concerti di Don Giosy con indosso la talare."Sono venuto - gli ha detto una volta uno di loro - perché sono prete anche per colpa tua...". E una ragazza, al terminee dello spettacolo, gli si è avvicinata e gli ha confidato: "Non torno a casa, vado in monastero". Ci sono canzoni che riescono a schiudere gli occhi e le orecchie più ostinati.

Canzoni che possono cambiare una vita. Chi non ha mai ascoltato con un sussulto interiore le parole di "Sei grande Dio" o di "Viaggio nella vita"? Chi non si è mai emozionato cantando durante la Messa quel verso ormai arcinoto: "Prendimi per mano, Dio mio, guidami nel mondo a modo tuo ... "?
  Ed eccole, le canzoni. Il libro ne raccoglie 21, riproponendone il testo corredato da una sorta di "spiegazione". Don Giosy racconta come sono nate. Ma lo raccontano soprattutto le testimonianze di fede legate a quelle storie. Lo raccontano tanti straordinari ed intrepidi "compagni di viaggio" che il sacerdote ha trovato accanto sé lungo il cammino percorso. In queste pagine parlano i "viandanti" della speranza tra l'umanità del nostro tempo: Suor Nírmala e Frère Roger di Taizé, il Cardinale François Xavier Nguyên Van Thuân e Don Oreste Benzi, Jean Vanier e Ernesto Olivero. Parlano alcuni "colleghi" che hanno aperto la loro musica ad uno sprazzo di Assoluto: Paul David "Bono Vox" Hewson (leader degli U2), Ron, Mariella Nava, Mario Castelnuovo. Parlano i cantautori di ispirazione cristiana, "pellegrini" in questi anni insieme con Don Giosy sulle frontiere ardue ed impegnative della canzone religiosa: primi fra tutti i Parsifal, cinque musicisti, cinque coriste e i tecnici, tutti volontari, che dal 1998 lo accompagnano durante i concerti.
   Don Giosy canta storie di uomini e di donne come tanti. Storie di ragazzi e di giovani che si possono incontrare agli angoli delle strade. Storie di ordinarietà piccola e grande. "Canto la bellezza e la gioia della vita - dice -. Ma canto anche il dolore. Cantare il dolore è cantare l'uomo". Così, accanto a composizioni legate ad importanti eventi ecclesiali - il Giubileo del 2000, la visita del Papa a Ischia (5 maggio 2002), le Giornate Mondiali della Gioventù - ce ne sono altre scritte con schegge di croci quotidiane. Come "C'è ancora mare", divenuta l'"inno" del Centro Volontari della Sofferenza o "Due stampelle", composta per Sivestro, un ragazzo disabile incontrato tre anni fa in una chiesina buia del Piemonte. "Era ateo - racconta Don Giosy - ed aveva sempre rifiutato le stampelle e la sedia a rotelle. L'intuizione che ha cambiato la sua vita è bellissima: le due stampelle diventano le braccia della croce. Le ha prese e da quel momento non è più lui a portare la croce, ma la croce a portare lui". Nella "scaletta" di un concerto di Don Giosy c'è anche questo: il dolore che, nell'incontro con Dio, diventa canto di vita e di risurrezione.